Nel 2006 la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana mi chiese di condurre un
programma radiofonico dedicato all’informatica, allo smontaggio delle bufale e alla
disinformazione circolante in Rete e io invitai i miei lettori a trovarmi un bel titolo. Un lettore, giovanni, propose“Disinformatica”, che poi fu cambiato in Il Disinformatico. Tutto qui.
Anche se mi sembra strano, c’è gente che è interessata a me, a cosa
faccio, come vivo, che programmi uso, che musica ascolto e via dicendo.
Almeno così pare dalla quantità di e-mail in tal senso che ricevo per
colpa dei miei libri e delle mie varie attività su Internet. Per cui pubblico qui alcune informazioni (quelle non compromettenti).
Sono nato a York, Inghilterra, nel settembre del 1963; i calcoli
sull’età li lascio fare a voi, se ci tenete. Sono sposato (mia moglie si
chiama Elena) e ho tre figli (Simone, Liam e Lisa) e un numero variabile di gatti.
Ho vissuto a lungo in Italia e ho trascorso alcuni anni in Lussemburgo e in Inghilterra, ma adesso vivo in Svizzera,
vicino a Lugano. Tuttavia spesso faccio un salto in Italia (in genere
nella zona di Pavia). Se volete sapere i motivi della mia scelta di
lasciare l’Italia (alcuni seri, alcuni no), leggete qui.
Di mestiere faccio da quasi quarant’anni il traduttore tecnico
inglese-italiano/italiano-inglese (sì, ho cominciato presto), il giornalista informatico (con una lunga collaborazione con la Radiotelevisione Svizzera), il conferenziere su temi informatici e ogni
tanto scrivo libri d’informatica.
L’idea di scrivere libri è nata quasi
per caso; traducevo libri d’informatica per l’editore Apogeo, al quale è piaciuto il mio stile di traduzione e adattamento. Così mi propose di scrivere qualcosa di mio e nacque “Winword per tutti”, seguito poco dopo dall’ormai “storico” “Internet per tutti” (la cui prima edizione è prelevabile gratuitamente in Rete, insieme alla quarta e per ora ultima edizione) e da altri titoli.
Nel frattempo è nata anche una collaborazione con la Gazzetta dello Sport, dove ho pubblicato per vari anni articoli su Internet e relativi problemi. Anche questo materiale è disponibile sul mio sito. Per una decina d’anni ho scritto anche su Le Scienze.
Uso principalmente Mac sui computer portatili, ma il mio computer fisso
primario è Linux e mi capita (molto raramente) di usare anche Windows.
Ascolto musica molto pop (l’unica compatibile con il mio lavoro) anni
’80. Quando non lavoro ascolto Alan Parsons Project, Pink Floyd,
Journey, le colonne sonore di John Williams, Jerry Goldsmith, Bear McCreary, Hans Zimmer; mi piace molto la musica classica, ma ho poco tempo per ascoltarla per bene. Seguo Star Trek
da quando ero bambino (lo trasmettevano in Inghilterra). Mi affascinano
le idee e gli scritti di Stephen Hawking, Isaac Asimov, Arthur C.
Clarke, Carl Sagan, Elon Musk.
2024/10/27. Ho cancellato Elon Musk dall’articolo dopo le sue uscite sessiste, razziste e deliranti su vari fronti dopo il 2021 e il suo schieramento con Donald Trump nel 2024. Che delusione: il visionario si è trasformato in un ciarlatano e in un bulletto impresentabile.
Ricevo tante richieste di indagini antibufala. Molte sono garbate, ma ogni tanto su Twitter arrivano i soliti diversamente intelligenti che esigono che io faccia un’indagine antibufala su qualche argomento, di solito di politica o economia italiana, che a loro sta disperatamente a cuore.
Partono subito lancia in resta lamentandosi che io non abbia già indagato e mi accusano di essere di parte, o al soldo dei poteri forti, perché non ho fatto spontaneamente quell’indagine.
A questi instancabili reclamatori del lavoro altrui rispondo spesso così:
No. Non funziona così. Tu no pagare me, io fare quello che volere io.
Parole semplici, sintassi elementare, per venire incontro alle capacità mentali del leone da tastiera del giorno.
—
Quello che a quanto pare non è chiaro a molti di questi guerrieri dei social (e anche ad alcuni vicedirettori di giornale (copia permanente)) è che il debunking per me è sempre stata una passione, non un lavoro retribuito. Sono rarissimi i casi in cui qualcuno mi ha commissionato un’indagine pagandomela.
Quindi vorrei chiarire a tutti, garbati o meno, che
faccio debunking nel mio poco tempo libero
lo faccio perché mi piace farlo
lo faccio perché mi intriga e mi appassiona scoprire come stanno i fatti
lo faccio perché mi piace scrivere e raccontare quello che ho scoperto
e lo faccio, quando posso, perché credo che sia un dovere civico, per chi come me ha la fortuna di avere la passione e le risorse necessarie, condividere pubblicamente i risultati di queste indagini e magari aiutare qualcuno.
Tutto qui. Il tempo che ho non è infinito, le richieste sono tante, e non sempre posso interrompere il mio lavoro retribuito per fare indagini gratuite.
Di conseguenza, siccome non mi paga nessuno per fare debunking, decido io quello che mi va di indagare e lo faccio se e quando ho tempo di farlo, dopo che ho finito il mio lavoro retribuito. Se un argomento non mi interessa, non indago. Semplice. L’unico potere forte che decide su cosa indago o non indago è la mia curiosità (o la mia noia).
Quindi non chiedetemi di indagare su argomenti pallosissimi come la politica italiana, le teorie economiche di Bagnai, l’ennesimo delirio degli antivaccinisti vecchi e nuovi, il signoraggio o il “piano Kalergi”: non lo farò, appunto perché sono di una noia mortale e sono una particolare forma di onanismo mentale nella quale non ho alcuna intenzione di investire il mio poco tempo libero. Non insistete. No. Grazie. No. Davvero. No.
Inoltre vorrei ricordare che né io né i miei colleghi debunker abbiamo il monopolio sulle indagini antibufala. Se un argomento vi interessa, potete indagare voi stessi oppure chiedere anche ad altri di farlo. Esiste una professione che fa proprio questo, e lo fa dietro retribuzione: si chiama giornalismo.
—-
Scrivo di getto questo post, e lo aggiorno man mano, perché così potrò linkarlo la prossima volta che arriverà l’ennesimo condottiero delle mosche e perché ieri (28 luglio 2018) ho ricevuto una richiesta di questo genere un po’ diversa. Da una nota emittente radiofonica nazionale regionale italiana mi è arrivata questa mail. Ho asteriscato le parti più imbarazzanti.
Buongiorno Paolo,
sono [nome], giornalista di [nota emittente].
Da settembre partirà il nostro magazine quotidiano del mattino in una versione rinnovata, all’interno della quale pensavo di inserire delle finestre sul mondo del web.
Ti andrebbe di regalarci un tuo intervento a settimana sull’argomento?
Fammi sapere se la cosa può interessarti
Buona giornata [nome]
Ho risposto così:
Ciao [nome],
grazie dell’invito, ma cosa intendi per “regalarci”? Senza compenso?
Ciao,
Paolo
Dalla Nota Emittente Radiofonica mi è arrivata prontamente la laconica conferma del mio dubbio:
Purtroppo si.
Ho risposto come segue, e intendo rispondere allo stesso modo a qualunque altra azienda a scopo di lucro che mi chieda di lavorare gratis, ”per la visibilità”:
Ciao [nome],
purtroppo nonostante lo stipendio che mi passa la CIA per screditare i complottisti e anche tenendo conto dei finanziamenti occulti che mi arrivano dai Rettiliani, non posso ancora permettermi di regalare il mio lavoro: le rate del leasing sul mio aereo per spargere scie chimiche sono alte e il prezzo del carburante va sempre più su. Non hai idea di quanto costino oggi gli additivi per il controllo mentale.
Ho provato a chiedere al mio idraulico di lavorare senza compenso, ma non ha apprezzato. Quel gretto materialista ha chiesto di essere pagato!
Seriamente parlando: spero che capirai che non posso accettare proposte di lavorare gratis. Niente di personale, ma detto fra noi trovo piuttosto assurdo che un’azienda chieda a un professionista di lavorare senza essere retribuito.
Ciao,
Paolo
Non è la prima volta che vi racconto le “offerte di lavoro” che mi arrivano e cito in proposito il video L’Uomo Visibile, ma credo che meriti sempre ricordarlo per sottolineare, con un sorriso amaro, questo malcostume così dannatamente diffuso.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.
Ultimo aggiornamento: 2024/07/12 18:00. Questo articolo è stato riscritto
completamente rispetto alla versione iniziale per farlo diventare una guida
generale per i casi di furto di account social.
Le istruzioni in breve
Prima di tutto, niente panico. So che è difficile stare calmi quando
qualcuno ti ruba una cosa importante come il tuo account social e magari
minaccia anche di pubblicare le tue foto intime se non lo paghi o gli mandi altre
tue foto, ma provaci. Se ti agiti, farai solo un favore al criminale.
Detto questo, queste sono le cose più importanti da fare e sapere:
Rassegnati: quasi sicuramente il tuo account è perso per sempre. Puoi
tentare la procedura di recupero indicata qui sotto, ma è rarissimo che
abbia successo.
Rispondi subito che non hai nessuna intenzione di pagare; fai finta che
non te ne freghi niente. Di solito questi criminali agiscono per fare soldi, per cui se vedono che
non c’è speranza di incassare denaro lasciano perdere e passano alla vittima
successiva, senza neanche perdere tempo a pubblicare le tue foto intime.
Non pagare. Se lo fai, il ladro capirà che ci tieni al tuo account e
dopo che avrai pagato ti chiederà altri soldi, senza ridarti il tuo account.
Se il ladro minaccia di pubblicare tue le foto intime se non lo paghi, rispondi che hai
già fatto segnalazione alla Polizia e sai benissimo che verranno bloccate
immediatamente dai filtri dei social network. Se te la senti, rispondi anche
che non te ne importa nulla se qualcuno vede le tue foto intime perché tanto
non te ne vergogni e vivi in un paese e in una situazione in cui condividere
immagini intime non è un dramma e lo fanno tutti.
Se il ladro minaccia di pubblicare le tue foto intime se non gli mandi altre foto dello stesso tipo, resisti e rifiutati. Se gliele mandi, il ladro non farà altro che chiederti altre immagini sempre più estreme e non ti ridarà mai il controllo del tuo account. Se gliele mandi e sei minorenne, rischi di finire tu nei guai perché manderesti foto intime di un minore (tu) a qualcuno, e questo rischierebbe di essere considerato reato di pedopornografia.
Dopo che hai dato queste risposte, non comunicare più con il ladro. Cercherà in tutti i modi di ricattarti e convincerti a fare quello
che vuole. Ignoralo e ti lascerà perdere. Se tutto va bene, non perderà neanche tempo a pubblicare o disseminare le tue immagini.
Non ti fidare di persone che ti contattano dicendo che possono aiutarti a
recuperare l’account. Sono quasi sicuramente complici dei criminali.
Cambia SUBITO tutte le tue password. Se hai usato per altri servizi
la password che hai usato per il profilo che ti hanno rubato, il criminale
potrebbe rubarti anche quei servizi.
Avvisa i tuoi amici e contatti social. Il criminale userà il tuo
profilo per contattarli fingendo di essere te e cercherà di truffare anche
loro in qualche modo.
Fai una segnalazione (non una denuncia) in Polizia. Questo ti
protegge contro il rischio che il criminale commetta reati usando il tuo
account e facendo sembrare che li hai commessi tu. Serve anche alle autorità
per sapere quanto sono diffusi questi furti e quindi assegnare fondi e
risorse al loro contrasto.
In teoria potresti provare a contattare
chi sta usando adesso il tuo account (mandandogli, da un altro account, un messaggio all’account
che ti ha rubato) e chiedergli se è disposto a ridartelo se gli paghi qualcosa. Metti subito in chiaro che non intendi pagare di più di quello
che hai offerto. Scegli di offrire una cifra che puoi permetterti di
perdere: il ladro potrebbe benissimo incassare i tuoi soldi e poi non ridarti il tuo account. Ovviamente non usare carte di credito ma offri di pagare con
Bitcoin o carte prepagate Apple o simili.
Queste invece sono le cose da fare per evitare che ti succeda di nuovo in
futuro:
Proteggi i tuoi account con password complicate e differenti. Non
usare mai la stessa password dappertutto. Lo so che è comodo. Ma è comodo
anche per i ladri.
Attiva l’autenticazione a due fattori. Questo rende molto più difficile rubarti l’account.
Non dare mai a nessuno eventuali codici di sicurezza che ti
arrivano sul telefono.
Quei codici, di solito numeri di sei cifre, permettono al ladro di prendere
il controllo del tuo account. Non ti fidare, neanche se te li chiede
qualcuno che dice di essere la Polizia, il servizio clienti di
Instagram o un tuo amico.
—
Questo è grosso modo l’articolo originale che avevo scritto a gennaio del
2017 per rispondere pubblicamente a una richiesta di soccorso.
La posta del Disinformatico: aiuto, mi hanno rubato l’account Instagram
Rispondo pubblicamente a Igor, che mi segnala il furto del suo account Instagram
e chiede aiuto:
“Dopo quasi 1 giorno in cui non controllavo il telefono, sono entrato come di
mio solito nel mio account Instagram, con enorme sopresa mi chiede di
effettuare l’accesso, cosa che non mi è mai stata chiesta. Io ci provo, ma
dice che la password è errata. Ho poi provato a ripristinare, ma niente. Mi
diceva che il mio nome utente e la mia email non erano collegati a nessun
account Instagram, cosa alquanto sospetta. Tra l’altro il mio account
Instagram era collegato a quello Facebook. Ho poi scoperto che il mio account
è scomparso da Instagram. Qualcuno, un hacker probabilmente, me l’ha rubato,
oppure ha cercato di rubarlo e Instagram me l’ha cancellato, chiaramente non
lo so perché non ho notizie dal supporto Instagram. Così per caso sono entrato
nella mia casella di posta elettronica e ho trovato delle mail alquanto
sospette, che appena ho visto, con ritardo di quasi 1 giorno ho subito
cestinato. Ho contattato più e più volte l’assistenza ma nessuna risposta. Mi
potresti aiutare? Ti allego gli screenshots delle mail, che ho subito
cestinato, anche gli orari sono particolari, la prima era delle 20 47 e le
successive più di 2 ore dopo. Grazie e scusa per il disturbo. Saluti”
Ciao Igor,
Il tuo caso è particolarmente significativo, perché stando agli screenshot che
mi hai inviato avevi attivato la verifica in due passaggi [autenticazione a due fattori], per cui quando l’intruso ha tentato di entrare nel tuo account Instagram ti
ha mandato un codice di sicurezza, che in teoria l’intruso avrebbe dovuto
digitare per prendere il controllo del tuo account.
Ti consiglio di consultare la pagina di aiuto apposita di Instagram, che porta a una serie di consigli e a una pagina di segnalazione di furto di account; Chimeraevo
ti ricorda inoltre quali dati serviranno a Instagram per tentare di ridarti il controllo
del tuo account: una foto, l’indirizzo di mail usato per iscriverti, le date
dei cambi di password legittimi (se ce ne sono stati) ed informazioni su
contenuti che hai eliminato in passato.
Comunque vada il tentativo di recuperare l’account Instagram, ti consiglio di
cambiare anche le password degli altri servizi online che usi, specialmente se
hai usato per quei servizi la stessa password che hai usato per Instagram,
altrimenti c’è il rischio che l’intruso ti rubi anche il controllo di questi
altri servizi. Ti consiglio inoltre di dissociare l’account Instagram da
quello Facebook, cioè di non accedere a Instagram usando il tuo profilo
Facebook: tienili separati.
Infine, cerca un modo per informare i tuoi contatti Instagram del fatto che ti
è stato rubato il profilo: telefono, mail, post su un altro social. Questo ti
aiuta a riprendere i rapporti con loro e permette di avvisarli di stare in
guardia, perché il ladro del tuo profilo probabilmente cercherà di ingannare i
tuoi contatti, e rubare anche i loro profili, facendo finta di essere te e
usando il fatto che i tuoi contatti si fidano di te.
Secondo me vale la pena, inoltre, che ripassi i consigli di
prevenzione di Instagram:
usa una password robusta (almeno sei caratteri) e differente dalle altre che
usi altrove;
modifica periodicamente la password;
non condividerla mai con nessuno, ma specialmente con sconosciuti;
verifica la sicurezza della tua casella di mail;
esci da Instagram se usi un computer o telefono altrui;
fai attenzione ad autorizzare applicazioni di terzi.
Ogni tanto mi arriva una mail di qualche lettore che chiede se per caso ho interrotto la “newsletter” di questo blog che riceveva fino a qualche mese prima o se ci sono problemi di invio o ricezione.
Non ho nessuna newsletter: quella che gestivo tramite Peacelink, denominata IxT o Internet per tutti, l’ho chiusa nel 2009, dopo anni di stillicidio di disservizi, perché i filtri antispam e altri problemi di distribuzione la rendevano impraticabile, come ho raccontato per esempio in questo articolo.
Però esistono, o esistevano, alcuni servizi non gestiti da me che inviano via mail i miei post su questo blog: per esempio Feedburner/Feedproxy di Google. Se ricevete i miei articoli via mail, non ve li sto mandando io, ma forse uno di questi servizi: se incontrate problemi, rivolgetevi a loro, perché io non posso farci assolutamente nulla.
Per seguire questo blog consiglio di usare i feed RSS.
Ogni tanto qualcuno mi chiede perché pubblico la rubrica Il Delirio del Giorno, contenente i commenti o le mail più deliranti e bizzarre che ricevo. C’è chi obietta che dovrei semplicemente ignorare questi messaggi, perché secondo loro provengono da persone che sono provocatori consapevoli (troll) e quindi cercano visibilità oppure da persone che hanno dei problemi mentali.
La mia risposta è che no, non sono troll, ossia persone che scrivono consapevolmente cose nelle quali non credono, con l’intento di ottenere una reazione: i troll non li pubblico. Scelgo di pubblicare solo chi dimostra chiaramente di essere convinto seriamente delle pazzie che dice. So che non si tratta di troll per via delle informazioni di contorno che ricevo o raccolgo e che non pubblico.
Pubblico questi deliri perché molti lettori non si rendono conto di quanti svitati ci siano là
fuori e di come Internet abbia dato loro un canale di sfogo insuperabile. Credo che sia giusto che si sappia quanta gente manifesta apertamente idee completamente scollegate dalla realtà, dai complottismi agli antivaccinismi ai catastrofismi alle ossessioni religiose. E che sia importante ricordarsi che questa gente vota, a volte siede nei parlamenti o sulle poltrone dei talk show e influenza le opinioni, e che tollerarla o ignorarla non fa altro che legittimare, ai loro occhi, le sue ideologie. Non fa altro che rendere questa gente più baldanzosa.
Per chi pensa che alcuni siano malati di mente e quindi debbano essere protetti evitando di pubblicare i loro messaggi: state semplificando troppo. Ci sono molte sfumature fra la pazzia manifesta e la credenza irrazionale vestita in un abito di apparente normalità. Siete disposti a dire che i vari Marcianò, Mazzucco, Schietti e altri che si sono affacciati alla pubblica opinione con deliri analoghi, dalla Terra cava all’urinoterapia, sono dei malati di mente? Io no. Quelli che pubblico sono deliri di persone che sono comunque in grado di metter mano a una tastiera e inviare mail e commenti. Gente che ha un computer o un telefonino e che è parte attiva e funzionale della società. Che vota, appunto.
Credo inoltre che sia necessario e importante che chi mi legge sappia che genere di aggressioni ricevo, come tutti i miei colleghi debunker, querele e minacce comprese. Perché fare il cacciatore di bufale, persino al livello leggero al quale lo faccio io, attira odio. Tanto odio.
A proposito di odio, credo anche che sia molto importante levarsi l’illusione che in fondo questa sia solo gente che ha un’opinione differente sulle cose. No: sono persone violente, offensive, che non esitano a scrivere insinuazioni, minacce e insulti, che vomitano odio contro di me e la mia famiglia. Se non pubblico i deliri di questi bulli, non potete leggerli e vedere con i vostri occhi che livello di squallore manifestano. Non potete rendervi conto delle ragioni per le quali la moderazione di questo blog è secca e drastica. Non potete farvi un’idea degli attacchi che ricevo (e, ripeto, altri debunker ne ricevono ben di peggiori). Non credo che sia giusto chiedere a chi viene attaccato di sopportare in silenzio.
Infine, credo che sia importante pubblicare questi rantoli di odio perché molte persone pensano che l’odio sparirebbe se tutti gli utenti di Internet fossero obbligati a identificarsi con nome e cognome e quindi spingono (anche politicamente) per questa obbligatorietà e per l’eliminazione dell’anonimato. Ma il mio campionario, come quello dei miei colleghi e di tante altre persone attive in Rete, dimostra che moltissimi di questi messaggi di odio sono firmati mettendoci nome e cognome. E sono firmati con orgoglio.
È un po’ che mi riprometto di scriverne pubblicamente e rispondere in dettaglio
a una domanda che mi viene fatta molto spesso: come mai il Disinformatico da marzo 2021
(specificamente dal 19) non è più in diretta e in studio con un animatore o un’animatrice, in formato
chiacchierata e disponibile anche in video, ma è un podcast puro nel quale parlo
(quasi sempre) solo io? E come mai non torna al vecchio formato?
Molti che me lo chiedono pensano che il passaggio alla versione podcast puro
sia stata una mia decisione oppure una conseguenza dell’emergenza Covid, ma
non è così.
Il cambio è stata una conseguenza di una delle periodiche ristrutturazioni del
palinsesto della Radio Svizzera di lingua italiana, durante la quale è stato
deciso che nel nuovo format di Rete Tre (la rete che ospitava la
diretta), più musicale e meno parlato, non aveva senso una trasmissione molto
“parlata” come il Disinformatico, ma aveva molto senso mantenerla come
podcast puro.
Le restrizioni legate al Covid in realtà non hanno giocato nessun ruolo nel
cambiamento, e infatti le dirette in studio sono proseguite per un anno dopo
l’inizio della pandemia, adottando le varie precauzioni introdotte man
mano.
La scelta di produrre il podcast puro usando i miei mezzi tecnici invece di
andare negli studi della RSI è maturata man mano dopo un po’ di
sperimentazione, perché l’autoproduzione mi faceva risparmiare il tempo di
viaggio dal Maniero Digitale agli studi di Lugano e mi liberava da vincoli di
orario (a volte registro il podcast di notte, specialmente quando ci sono
aggiornamenti dell’ultimo momento, cosa impensabile se dovessi andare in
studio). I contenuti e il formato del podcast sono scelti da me in piena
autonomia, esattamente come in passato: ogni tanto faccio qualche esperimento,
come il racconto di scienza futura
o le puntate Story monotematiche.
So che a molti piaceva di più il format a due voci, più
“chiacchieroso”, e confesso che anche a me manca l’interazione con gli
animatori e le animatrici di ReteTre. Ogni tanto mi capita comunque di tornare
in studio, anche in TV (con programmi come Filo diretto), ed è sempre
un piacere; se un nuovo palinsesto lo chiederà, lo farò molto
volentieri.
Ma al tempo stesso il formato podcast mi permette di raccontare storie più
complesse e complete, di aggiungere clip sonore che la diretta renderebbe
molto più difficili da gestire, e di non dover cercare di adattare la
narrazione ai tempi disponibili (e spesso imprevedibili) della diretta. Se la
storia da raccontare è lunga, la posso presentare per intero, senza dover
correre o stringere.
Preferite “Il Disinformatico” com’è ora (voce singola) o come era prima (a due voci)?
Ci tenevo a spiegarlo bene: spero di averlo fatto, ma se c’è qualche altro
dettaglio che vorreste conoscere, chiedete pure nei commenti.
—
2022/10/29. Il sondaggio si è chiuso con un 34,4% di votanti che preferiscono il podcast com’è ora, un 24,9% di persone che lo preferivano com’era prima e un 40,7% di partecipanti che dicono “È lo stesso”.
Ricevo spessissimo richieste di aiuto da persone che hanno fatto acquisti da
privati conosciuti online, ne sono stati raggirati e mi chiedono aiuto informatico per
ritrovarli e farsi ridare il maltolto. Questa è la mia risposta standard.
Perdonate la schiettezza.
Esempio di richiesta (anonimizzata e risistemata per chiarezza):
Nel mese di giugno ho acquistato un telefono su [noto sito di acquisti fra
privati] un telefono che purtroppo non è mai arrivato e questa persona ha
confessato di avermi truffata.
Le informazioni che ho di questa persona sono il passaporto (falso,
presuppongo) un numero di telefono e via perché il pagamento è stato fatto
tramite [nota piattaforma di pagamento online].
Possiedo ancora tutte le conversazioni e ho notato che dopo di me ha
pubblicato altri due annunci (su [noto sito di acquisti fra privati])
quindi immagino di non esser stata l’unica ad essere fregata da questa
persona.
Sono stata in polizia a fare denuncia e non sono riusciti a dirmi nulla se
non “scrivile che hai sporto denuncia e vediamo se si intimorisce e magari
ti ridarà i soldi”… questo messaggio non l’ho mai scritto perché a parer mio
sembra ridicolo.
Vorrei riuscire a rintracciare questa persona per por fare una denuncia vera
e propria o andare di persona. Si tratta di [importo pari a varie centinaia di euro].
La mia risposta standard (personalizzata per il caso specifico, ma
anonimizzata):
Buongiorno,
chiedo scusa se posso sembrare cinico, ma consiglio di lasciar perdere. Se [nota piattaforma di pagamento online] non è disposta a contestare
l’addebito e rimborsare, le probabilità di poter riavere i soldi sono
praticamente nulle. Mi dispiace.
I dati che le ha dato il truffatore sono quasi sicuramente falsi. Il numero
di telefono è probabilmente intestato a un prestanome. Rintracciarlo è
quindi sostanzialmente impossibile senza un costoso investigatore privato o
un’azione di polizia; io non posso aiutarla.
Anche se si dovesse riuscire a rintracciarlo, poi che si fa? È un criminale.
Affrontarlo di persona sarebbe estremamente pericoloso. Vale la pena di
rischiare?
Si potrebbe segnalare a [noto sito di acquisti fra privati] il
truffatore, ma non servirebbe a nulla: si tratta di un professionista,
cambierà identità e numero di telefono in cinque minuti e ricomincerà da
capo.
La polizia interviene raramente in casi come questi perché il costo ai
contribuenti di un’indagine di questo tipo (oltretutto probabilmente
infruttuosa) sarebbe largamente superiore all’importo sottratto. E andare da
un avvocato per promuovere un’azione legale sarebbe molto più costoso della
somma che le è stata tolta.
Mi dispiace, ma posso solo consigliare di non comprare mai più nulla da
sconosciuti su Internet, specialmente per importi che non ci si può
permettere il rischio di perdere. Esistono ottimi telefoni che costano molto
meno di [importo pari a varie centinaia di euro] anche in negozio,
dove l’acquisto è protetto e garantito dalla legge; ci sono anche quelli
ricondizionati e in garanzia, che costano ancora meno. Io non ho mai speso
più di [metà di quell’importo] per uno smartphone.
Lo dico subito: non ho un editore e non sso nemmeno da che parte si comincia a fare il “raccomandatore”.
Posso proporre solo una cosa: esaminate i libri analoghi pubblicati
dall’editore che vi interessa e guardate cosa è già stato scritto. Poi redigete un
“manifesto” del vostro progetto (scaletta dei capitoli, tema centrale
del libro, a chi è destinato, qual è il livello tecnico, quali sono i
sistemi operativi trattati, eccetera), aggiungeteci un vostro curriculum
(esperienze precedenti, in particolare nel settore informatico e/o
letterario).
Preparate un capitolo dimostrativo e mettetelo online, in modo che
chiunque (non soltanto un editore) possa valutare il vostro stile, la
vostra forma italiana (attenti alle regole tipografiche) e la vostra
tecnica di spiegazione.
Infine prendete il tutto e mandatelo all’editore. Su carta, non via
e-mail, con una bella presentazione grafica: ma non mandate interi
manoscritti non richiesti. Vengono cestinati direttamente. Non per
cattiveria, ma sapeste quanti manoscritti inondano gli uffici delle case
editrici…
E poi tenete le dita incrociate!
È molto difficile farsi pubblicare se non si è già conosciuti (al
pubblico o dall’editore) per qualche motivo. Un curriculum come
giornalista o come traduttore d’informatica (è il mio caso) è quasi
indispensabile.
Quanto ci si guadagna? Non tanto. Un buon libro d’informatica
vende diecimila copie nei casi più felici. I diritti d’autore ammontano
al 10-12% del prezzo di copertina se siete bravi a contrattare,
altrimenti la media è il 6-8%. Il conto è presto fatto: in Italia,
scrivendo libri d’informatica si può arrotondare uno stipendio, ma
difficilmente si vive di rendita.
Quali case editrici contattare? Non chiedetemi consigli in questo campo: l’unica è farle passare tutte. In ogni caso, fatevi fare sempre un contratto scritto.
Se c’è altro che volete disperatamente sapere, scrivetemi a paolo.attivissimo@gmail.com e cercherò di rispondervi.
Sono lusingato che mi vogliate come recensore. Purtroppo, però, mi
capita spesso di ricevere richieste di questo tipo, e dopo un po’ di
volte in cui ho detto di sì, mi sono dovuto rassegnare al fatto che non ho tempo per tutto (e già quello che faccio gratis online porta via molto tempo a famiglia e lavoro).
Così, a malincuore, mi sono imposto la regola di non accettarle.
Niente di personale, ma capirete che se adesso dicessi di sì a voi,
farei un torto ai tanti altri ai quali ho detto di no. Confido nella
vostra comprensione.